Francesca Minniti: “Quando scuola e famiglia dialogano in modo sincero, il bambino trova certezze”

La Fondazione Irene ETS da alcuni anni è diventata un punto di riferimento, nonché uno spazio di condivisione, crescita e supporto per le famiglie. Inclusione, equità, tutela dei diritti, valorizzazione della neurodiversità, sono solo alcuni dei valori fondanti dell’associazione. Essa parte dal presupposto che l’educazione e l’apprendimento siano diritti universali a cui tutti devono poter avere accesso, anche se durante il percorso ci si dovesse imbattere con la neurodiversità, una tematica delicata, la quale non per questo deve essere vista come un ostacolo, ma anzi va considerata come elemento da sviluppare. A prescindere, ogni bambino ha un proprio potenziale da esprimere, pertanto, rappresenta una risorsa a tutti gli effetti. Ne consegue che disortografia, dislessia, discalculia, disgrafia ed altri disturbi simili, non devono rappresentare un tabù. Abbiamo provato ad entrare nel cuore dell’associazione nata per volontà della sua fondatrice Irene Signorotto. Lo abbiamo fatto attraverso le parole del Direttore Generale Francesca Minniti, la quale come ogni membro si occupa di molteplici attività all’interno dell’organizzazione, con lo scopo di contribuire ad aiutare il bambino e a non farlo sentire diverso, in un mondo che non ha ancora raggiunto quell’inclusività necessaria.

Di cosa si occupa la Fondazione?

“Ci occupiamo di bambini e ragazzi con DSA, BES, ADHD, disturbi del neurosviluppo, difficoltà emotive e fragilità sociali. Operiamo su tre piani: 1) intervento diretto attraverso tutoraggio didattico specialistico, sostegno psicologico, orientamento normativo, percorsi personalizzati; 2) formazione e cultura grazie a convegni, incontri, progetti nelle scuole, attività di sensibilizzazione pubblica; 3) sostegno sociale tramite borse di studio e contributi allo studio per contrastare la disuguaglianza educativa. 

Non riceviamo finanziamenti: il nostro lavoro è reso possibile dal buon cuore della fondatrice e dal supporto delle persone che credono nella nostra missione attraverso le donazioni, che per noi sono preziose perché ci permettono di aiutare sempre più bambini e sostenere progetti educativi”.

Il Comitato Tecnico Scientifico è una delle colonne portanti?

“Certamente, è uno dei pilastri della Fondazione: riunisce psicologi, psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili, pedagogisti, linguisti clinici, docenti universitari, ricercatori e formatori esperti in didattica inclusiva e disturbi del neurosviluppo. Non si limita a “validare”, ma progetta, studia e innova. Il Comitato supervisiona i percorsi, elabora linee guida interne, costruisce protocolli operativi. Questo lavoro interdisciplinare garantisce che ogni intervento della Fondazione sia rigoroso sul piano scientifico e, allo stesso tempo, profondamente rispettoso della realtà quotidiana dei bambini e delle famiglie”.

Che tipo di approccio e metodologie utilizzate?

“Il nostro è un approccio integrato, scientifico e profondamente umano. Ogni bambino viene considerato nella sua complessità: funzionamento cognitivo, emozioni, relazioni, storia personale, contesto scolastico e familiare. Utilizziamo metodologie personalizzate basate sulle neuroscienze, strategie didattiche flessibili e inclusive, protocolli psicopedagogici aggiornati, strumenti digitali e linguaggi alternativi. Inoltre, è centrale la figura del Tutor dell’Apprendimento Specializzato, che lavora su autonomia, metodo di studio, organizzazione, problem solving e regolazione emotiva. A questo affianchiamo due servizi gratuiti fondamentali per le famiglie: uno sportello psicologico, per sostenere ansie scolastiche, fatica emotiva, difficoltà relazionali e momenti di crisi; uno sportello legale, che offre orientamento su diritti scolastici, procedure educative, gestione delle criticità con la scuola”. 

BES e DSA: cosa sono e da quali differenze si caratterizzano?

“I DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) sono disturbi di origine neurobiologica che riguardano lettura, scrittura e calcolo e si basano su criteri diagnostici chiari, formalizzati e stabili nel tempo. I BES (Bisogni Educativi Speciali), invece, non indicano una diagnosi ma una condizione educativa. Possono derivare da fragilità emotive, sociali, linguistiche, culturali o familiari, o da situazioni temporanee di difficoltà. In entrambi i casi, comunque, la risposta dovrebbe essere la stessa: una scuola inclusiva, preparata, flessibile, capace di adattare la didattica e rispettare i tempi, i modi e le potenzialità del bambino”.

Cos’è l’ADHD e che tipo di trattamento richiede?

“L’ADHD è una condizione neurobiologica che riguarda la gestione dell’attenzione, il controllo dell’impulsività, la regolazione delle emozioni e dei livelli di attività. Non è una questione di “impegno” o di “buona volontà”: è un diverso modo di funzionare. Un trattamento efficace è sempre integrato e può includere interventi psicoeducativi e strategie comportamentali, supporto psicologico al bambino e alla famiglia, collaborazione costante con la scuola nella gestione quotidiana, una valutazione neuropsichiatrica per eventuali terapie farmacologiche. L’obiettivo non è normalizzare il bambino, ma metterlo nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale riducendo la frustrazione, il senso di fallimento e il sovraccarico emotivo”.

La Fondazione come elemento di continuità tra scuola e famiglia?

“La dimensione più complessa, spesso, è la relazione tra scuola e famiglia. Questi due mondi svolgono una funzione fondamentale e quando non comunicano, o lo fanno con linguaggi diversi, il bambino resta schiacciato tra aspettative non allineate, malintesi e talvolta conflitti. Il nostro lavoro è anche quello di favorire un’alleanza educativa creando spazi di confronto e condividendo strategie e strumenti. Quando questa alleanza si costruisce, il cambiamento è visibile: il bambino sente che gli adulti attorno a lui remano nella stessa direzione. Quando questo non accade, il percorso diventa più faticoso per tutti, ma soprattutto per lui. Pertanto, crediamo in una scuola che non standardizzi, ma riconosca i funzionamenti diversi come una ricchezza. Essa è il contesto quotidiano in cui il bambino sperimenta l’apprendimento, le relazioni tra pari, il confronto con le regole e con i risultati. La famiglia è il luogo dell’emotività, della rassicurazione, della struttura affettiva. Quando scuola e famiglia dialogano in modo sincero, senza giudizio reciproco, il bambino trova stabilità, coerenza e continuità. È in questa cornice che può permettersi di sbagliare, riprovare, chiedere aiuto, costruire fiducia in sé e negli adulti che lo accompagnano”.

Questi disturbi ci sono sempre stati o sono una conseguenza della società attuale?

“DSA e ADHD sono sempre esistiti. Quello che è cambiato è la nostra capacità di riconoscerli e di leggere alcuni comportamenti non come “capricci” o “scarso impegno”, ma come espressione di un funzionamento diverso. La società contemporanea, certamente più complessa e veloce, può rendere più evidenti alcune fragilità e amplificare la fatica dei bambini. Non è, però, la causa di questi disturbi; è piuttosto lo sfondo che ci spinge a ripensare i modelli educativi, a renderli più inclusivi, flessibili e attenti alla neurodiversità”.

Quali eventi promuove la Fondazione?

“Vengono organizzati convegni e seminari sulla neurodiversità e sull’inclusione scolastica; workshop e percorsi di formazione per docenti, educatori e operatori; progetti e laboratori nelle scuole; incontri di orientamento per le famiglie; iniziative culturali. Una parte centrale della nostra missione è il sostegno concreto alle famiglie: grazie a borse di studio permettiamo anche a chi vive condizioni economiche difficili di accedere ai percorsi di tutoraggio, alle consulenze psicologiche, al supporto legale e ai progetti educativi. Ogni contributo, piccolo o grande, si traduce in supporto ai bambini e in progetti che possono continuare a esistere. È una scelta etica precisa: nessun bambino dovrebbe rinunciare a un aiuto per motivi economici”.

Idee in cantiere?

“Stiamo sviluppando un modello formativo innovativo che unisce neuroscienze, pedagogia inclusiva e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di superare la didattica standardizzata e costruire percorsi che si adattino ai funzionamenti dei bambini, e non il contrario. L’intelligenza artificiale ci aiuterà a codificare il sapere in modo dinamico; suggerire strategie realmente personalizzate; facilitare la comunicazione tra tutor, famiglia e scuola; monitorare i percorsi riducendo il rischio di dispersione scolastica e isolamento. Accanto a questo, stiamo integrando nuovi linguaggi (grafica, musica, narrazione, strumenti digitali, forme di didattica immersiva) per rendere l’apprendimento più intuitivo, creativo e coinvolgente. Il nostro obiettivo è trasformare questo modello in una piattaforma accessibile e replicabile, così da portare l’esperienza della Fondazione in contesti diversi del territorio nazionale”. 

Un percorso complicato, ma gratificante…

“Non è mai solo un risultato scolastico, ma il cambiamento nello sguardo dei bambini e dei loro genitori a dare soddisfazione. Quando un bambino, dopo mesi in cui abbassava gli occhi ogni volta che si parlava di scuola, un giorno è arrivato da noi e ha detto: «Oggi ho alzato la mano in classe. Non lo avevo mai fatto perché pensavo di sbagliare». Oppure quando quella mamma che, dopo un percorso di accompagnamento, ci ha detto: «Mi avete restituito mio figlio. Prima vedevo solo problemi, ora vedo chi è». Sono istanti semplici, ma dal significato enorme. Ogni volta che un bambino ricomincia a credere in sé stesso e una famiglia smette di sentirsi sola, capiamo che la Fondazione non è solo un progetto: è un luogo reale in cui la fragilità diventa storia di possibilità”.

D.R.

Fondazione Irene ETS

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